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A Como l’ossigeno ozono terapia salva la vita a una signora malata di Covid

04/06/2021

I medici del reparto Covid dell’Ospedale Valduce di Como avevano impiegato tutti i mezzi e le terapie a loro disposizione. La situazione era disperata. Per la signora Maria Ausilia di 63 anni, detta “Usi”, sembravano esservi poche speranze di salvezza.

Il dottore commercialista Francesco Nessi, ex marito della signora, e i medici prof. Marianno Franzini e dott. Emanuele Franchi erano pronti per un decisivo intervento terapeutico con l’ossigeno ozono terapia.

Il prof. Marianno Franzini è il massimo promotore dell’ozonoterapia in Italia nonché Presidente Internazionale della SIOOT (Società Scientifica di Ossigeno Ozono Terapia). Il dott. Franchi è membro della SIOOT e pratica l’ossigeno ozono terapia dal 2006.

Intervistato da “Orbisphera”, il dott. Franchi ha raccontato:

«La SIOOT e il prof. Franzini sono stati contattati dal dott. Nessi, disperato per le condizioni della sua ex moglie, che, dopo più di due settimane di terapia intensiva, era stata trasferita nel reparto di pneumologia dove veniva supportata con ventilazione non invasiva 24 ore su 24. Ma nonostante le diverse terapie applicate, la paziente non sembrava migliorare.

Il dott. Nessi era determinato a tentare un’ultima cura; così ha chiesto ai responsabili dell’Ospedale di poter praticare l’ossigeno ozono terapia in condizioni di protocollo compassionevole. Una volta venuto a conoscenza delle condizioni della signora e accordatosi con l’Ospedale per la pratica di tale terapia, il prof. Franzini mi ha coinvolto in quanto ozonoterapeuta che svolge la propria attività a Como.

Una volta risolte le necessarie prassi burocratiche, sono entrato nel reparto ospedaliero nella mattinata di sabato 10 aprile.

La paziente era in condizioni gravissime, con il rapporto tra ventilazione perfusione e ossigenazione, il cosiddetto (P/F), pari a 90. Un valore bassissimo considerato come limite critico per l’intubazione.

Dopo il colloquio con i colleghi che avevano in cura la paziente, mi è stato subito chiaro che, nonostante il lungo trattamento rianimatorio e le terapie fino a quel momento impiegate, le condizioni cliniche della paziente non miglioravano. Appariva dunque improbabile che il fisico della signora, già fortemente debilitato, potesse reggere altre cure invasive quali manovre rianimatorie.

Come previsto dal protocollo studiato con il prof. Franzini, abbiamo dunque iniziato con la prima applicazione sistemica, che è stata poi ripetuta alla sera. Ovviamente, durante tutto il periodo in cui abbiamo praticato l’ossigeno ozono terapia, nessuna delle terapie in corso è stata sospesa.

La cosa sorprendente è che la domenica mattina, dopo appena due applicazioni sistemiche, il rapporto (P/F) tra ventilazione perfusione e ossigenazione era già salito a 210. Si trattava di una risposta clamorosa.

Nei giorni successivi i parametri di (P/F) si sono stabilizzati tra 270 e 300: un risultato eccezionale se si pensa che si era partiti da 90.

Pur conoscendo la grande efficacia della terapia ossigeno ozono, ancora una volta mi sono stupito di quanto clamoroso fosse stato l’effetto dell’ozonoterapia sulle condizioni di salute della signora.

Siamo andati avanti con questo trattamento per quattro giorni.

Nelle giornate successive, abbiamo assistito ad un costante miglioramento dei parametri clinici e laboratoristici.

I valori della proteina C-reattiva, che misurano l’infiammazione, sono scesi da 150 a 40, e i valori del D-dimero, che misurano i meccanismi di coagulazione relativi alla formazione dei trombi, sono scesi da 1.500 a 500.

Dopo alcuni giorni di terapia e di miglioramento clinico è stata ripetuta una TC di controllo al torace che ha sorprendentemente mostrato un netto miglioramento dei focolai infiltrativi polmonari.

Abbiamo così deciso di proseguire con il trattamento una volta al giorno per un’altra settimana.

Qualche giorno dopo la sospensione della terapia, il dott. Nessi ha annunciato che la moglie stava bene ed era riuscita persino a festeggiare il suo compleanno con il personale medico uscendo sul terrazzo della sua stanza d’Ospedale.

È la prima volta che tratto un paziente Covid-19 con l’ozonoterapia e mi sembra un esempio di notevole successo nella capacità di cura.

I risultati sono coerenti e in linea con quanto osservato e pubblicato nei “case report” e nella bibliografia internazionale, dove sono riportati i casi di 890 pazienti Covid-19 trattati con successo con l’ausilio dell’ossigeno ozono terapia, associata alle terapie standard utilizzate nei reparti dedicati.

Quello che più mi ha stupito è che i pazienti Covid-19 trattati con l’ossigeno ozono terapia, in associazione alle terapie convenzionali riportate in letteratura, sono stati sottoposti a protocolli medici che prevedevano l’impiego di questa pratica a partire da situazioni precoci, e quindi meno compromesse rispetto a quelle della signora.

Questo, a mio parere, suggerisce con buona probabilità che, se fossimo intervenuti ai primi sintomi del Covid, piuttosto che quando il quadro clinico era già compromesso, il decorso della malattia della signora avrebbe potuto essere più velocemente favorevole.

Dopo la cura con ossigeno ozono la paziente è risultata negativa al Covid-19, per cui varrebbe la pena approfondire gli studi per capire se e in quale misura questa terapia, che notoriamente presenta proprietà antibatteriche e virustatiche, possa aver contribuito a tale risultato.

Sono affascinato e ancora una volta sono stato favorevolmente stupito dal comportamento dell’ozono, anche se ho da tempo verificato di persona la sua capacità antinfiammatoria e antinfettiva in pazienti affetti da cariche batteriche che non si riusciva a debellare con il normale trattamento farmacologico dovuto ad antibiotico resistenza.

Ero molto fiducioso nella capacità dell’ozono di combattere il Covid, purtuttavia sono rimasto stupito dai risultati che sono andati ben oltre le mie aspettative.

Purtroppo, nonostante i risultati ottenuti in questo e in altri casi riportati in letteratura, ad oggi non è stato ancora sviluppato un processo di sperimentazione e valutazione appropriato che consenta di riconoscere l’ossigeno ozono come adiuvante delle terapie già note ed utilizzate contro le patologie da Covid-19.

Riflettendo su quanto accaduto nella mia limitata esperienza e confrontandomi con alcuni colleghi ozonoterapeuti che sono stati coinvolti nella cura di altri pazienti affetti da Covid-19, sono giunto alla convinzione che varrebbe la pena portare avanti con impegno una ricerca completa, finalizzata all’approvazione dell’ossigeno ozono terapia come protocollo ospedaliero per la cura dei malati di Covid-19.

Mi auguro perciò che altre realtà ospedaliere possano considerare, ad interim, l’utilizzo dell’ozonoterapia come cura compassionevole per quei casi nei quali le terapie standard, riconosciute ed utilizzate su larga scala, non abbiano portato a risultati soddisfacenti. Nella speranza che anche altri pazienti possano trarne il beneficio che io ho potuto osservare.

Se ulteriori studi e la raccolta di altri casi dovessero confermare la validità dell’ossigeno ozono terapia come adiuvante alle terapie standard utilizzate contro i sintomi gravi causati dal Covid-19, questa risorsa terapeutica potrebbe aiutare a salvare più vite, e potrebbe anche portare beneficio ai reparti dedicati alla cura dei pazienti Covid-19, soprattutto in termini di rapidità di ripresa dei pazienti stessi».

A commento di questo successo terapeutico, si ritiene utile sottolineare che tutti gli interventi effettuati dal dott. Franchi per praticare l’ossigeno ozono terapia sono stati fatti a titolo completamente gratuito. Mentre i costi relativi all’utilizzo delle macchine e delle sacche per effettuare la GAEI sono stati coperti gratuitamente dalla SIOOT.

Ha concluso il dott. Franchi: «Il protocollo compassionevole applicato ai pazienti in fin di vita prevede un trattamento gratuito, e in ogni caso il mio servizio mirava a guarire la signora indipendentemente dai costi».

Grazie, dunque, dott. Franchi. Quanto fatto da lei, dal prof. Franzini e dal dott. Nessi, non solo ha contribuito a salvare una persona – e, come dice il Talmud, “chi salva una vita salva il mondo intero” – ma ha anche alimentato la speranza di poter coadiuvare nel migliore dei modi le altre terapie già riconosciute e comprovate, al fine di sconfiggere il Covid e altri virus che potranno presentarsi in futuro.